Don Pinuzzo da Bonea (1907-1975)

Don Pinuzzo da Bonea, al secolo Giuseppe De Simone (nato nel 1907 e morto nel 1975), è stato un amato parroco, educatore, scrittore e poeta della frazione di Bonea a Vico Equense. Per tracciare la sua biografia, ci serviremo del discorso commemorativo, pronunciato nel decennale della sua morte, dell'Avv. Stelio Sguanci, suo amico, al castello Giusso a Vico Equense..

"QUARANT'ANNI DI AMICIZIA" dell'Avv. Stelio Sguanci

Signori, torna ad onore per me ricordare "don Pinuzzo da Bonea", il sac. Giuseppe De Simone, scrittore e poeta che io ebbi, dapprima inse­gnante al ginnasio e poi, per oltre quarant'anni, amico affezionato; che ho ammirato sempre per la sua cultura e la sua bontà; che ho apprezzato per le sue opere di bene, costategli sacrifici inenarrabi­li, sino agli ultimi tempi del suo dolore più forte che lo portò alla tom­ba.

Conoscevo ammirato, la sua famiglia: il padre, uomo di mare e cattolico fervente, la mamma che don Pinuzzo adorava e che gli in­culcò, si da piccolo, gli insegnamenti della Fede; il fratello, Adolfo, medico, poeta, soldato-combattente ed anch'egli di una religiosità non comune; la sorella, Immacolata che gli è stata a fianco fino alla morte, legata a lui da sentimenti senza eguali. Per questi insegnamenti e per questa educazione cristiana rice­vuta dalla sua famiglia, egli prese la via del sacerdozio. Studiò e, fu negli "anni '20" all"'Angelicum" di Roma dove per­fezionò l'apprendere e la cultura teologica sotto la guida di maestri, i più preparati. Mostrò sin da allora il suo estro poetico e scrisse le prime opere: "Il canto dei Romei", nel 1925, "Il Santo Poeta", nel 1927 e "Per la morte di Armando Diaz", nel 1928 e molti articoli per giornali. Come lo zio, francescano, si vantò nella dedica del libro sul "Po­verello di Assisi" del suo francescanesimo che lo portò ancora a scrivere: "Frate Pecorella di Dio" nel 1934, "Padre Ottavio", nel 1949, "Il Santo", nel 1951 ; e lasciò in tutti i suoi scritti iI segno della guida di S. Francesco cui si ispirava sempre, nell'inno alla bontà ed all'amore, trasparente in tutte le opere del "Santo" che, si disse: aveva fatto tremare la mano del Giotto e di cui il "Divino Poeta" scrisse:   .. la cui mirabile vita ..."meglio in gloria di Ciel si canterebbe".

Nell'ode in memoria del "Duca della Vittoria" traspare un altro aspetto dell'intimo di "don Pinuzzo": l'esaltazione dell'amor patrio che avrebbe seguito per la vita, il legame alla sua terra di nascita ... ; quando nell'ode canta il funerale del "Condottiero" lungo le vie di Roma, tra la gente entusiasta e commossa. Fu così che, in quella Roma, la sua figura di scrittore e di poeta, fu apprezzata da artisti, da uomini di cultura e da letterati; che poi furono quelli più in vista a "Cinecittà", un mondo in intensa evolu­zione a quei tempi; e conobbe quelli che sarebbero stati, poi, i per­sonaggi più illustri dello spettacolo sino ai tempi nostri. Ma l'attaccamento ai genitori, alla sua terra, alla povera gente del suo paese, allo zio parroco, lo richiamarono e lo trattennero a Bonea, quando prese messa nel '30. Un prete di tanto talento pareva davvero sprecato in quella ame­na collinetta di poche anime. Invece no! Esplose subito in iniziative le più utili a quel tempo: l'insegnamento nel Seminario di Sorrento, la cura della gioventù di Vico Equense e di Bonea; l'asilo della par­rocchia ed il refettorio. Allora la Penisola Sorrentina non aveva scuole classiche; gli stu­denti di quel tempo che sono i più anziani professionisti di oggi: me­dici, professori e avvocati, frequentavano tutti il Seminario che ave­va insegnanti preparati e dotti: dal Rettore, mons. Raffaele Cafiero, appartenente ad una nobile famiglia di Meta, insegnante di france­se, a don Giuseppe Castellano di Pastena, grecista di fama, a don Francesco Cannavale di Massaquano, rinomato docente di latino, furono i nostri maestri, dei quali ci vantiamo ancora. "Don Pinuzzo" fu il nostro insegnante di italiano.

Lo ricordiamo tutti: i suoi alunni di quel tempo, pure oggi. Era magro allora, con i capelli all'Umberto, la tonaca svolazzante e quella tosse secca, di tanto in tanto, alla gola e le sue letture, scandendo da par suo il Manzoni e declamando le poesie del Leo­pardi, del Giusti e, più degli altri del Carducci - tanto da averci la­sciati carducciani per la pelle, una vita -: "Le odi barbare", "C'a irà", "Il Miramare" ... Che accenti, quanta foga, quali sentimenti ....

Chi ha l'onore di parlarvi fu allora uno dei suoi alunni prediletti! Un giorno, al secondo ginnasio, quando diede da svolgere un tema: "Far bene e scordarsene" che doveva essere di fantasia, am­bientato al tempo dei nostri anni ancor più giovanili, svolsi quel compito rammentando "Nonno Bastiano", un vecchio della cam­pagna toscana, dove avevo vissuto, che a noi ragazzi raccontava fa­vole, storie, episodi, sempre. A "don Pinuzzo" quel mio compito piacque; lo manipolò alla sua maniera e lo fece assurgere a novel­la, "L'eredità di nonno Bastiano", nel suo libro "Gente della mia terra" (1932), dove io divenni il protagonista della favola: "Stelio, il figliuolo del giardiniere dei Duchi di Borgo" (mio padre, per le tra­versie dei suoi trascorsi politici, si era ridotto a fare il giardiniere a "Villa Rufola" dei Ruffino e nel "Sorito", ove abitava Gorcki, al Ca­po di Sorrento). E quando, di recente, ho riletto di quella novella anche il finale: " ... I ragazzi che con Stelio, quel giorno, ascoltarono" nonno Bastia­no", a proposito del proverbio "Far bene e scordarsene", recano nel loro cuore un profondo senso di venerazione per la nobile figura di quel sacerdote che personificò don Gabriele ... " io ho rivisto, in quel sacerdote, "don Pinuzzo", della "mia" vecchia novella su '' nonno Bastiano''. Ma don Pinuzzo non faceva l'insegnante soltanto! Frequentando il "Circolo cattolico Loreto Starace" di Vico Equense ov'erano iscritti anche i giovani di Bonea, ne creò uno au­tonomo, il "Necchi", in questa sua borgata, alternando a Presidenti Mario Astarita e Carlo Besano, persone tuttora stimate e molto in vista nella zona; ma anche Edmondo Tramparulo, caduto nella guerra di Spagna e Maggiore Di Palma, morto in mare nell'ultima guerra ... Quei giovani del "Circolo Necchi" crearono una "Filarmonica", divennero artisti affermati nelle recite in pubblico, e si misero subi­to in vista sotto la guida del loro "assistente".

Don Pinuzzo da Bonea (Parroco della borgata), il titolare della Galleria Asturi in Piazza Umberto I Carlo Di Palma, il Maestro scultore Michele Attanasio (creatore del busto) ed il Maestro Antonio Asturi dinanzi il busto che da oggi è nel Museo Asturi grazie alla donazione della famiglia Orlando/Asturi

E "don Pinuzzo" non si fermò soltanto a questo. Bonea, la sua terra, la sua parrocchia, la sua Chiesa, non poteva­no essere seconde ad alcuna! C'era un altare in questa chiesa che recava, allora in tela, l'im­magine di "S. Maria Visita Poveri", una volta dipinta su una tavola con tutta una storia che "don Pinuzzo" rievocò: Era la Madonna che in antico aveva trovato origine a Palermo, affidata a monaci che laggiù, in nome di lei, chiedevano elemosina per sopperire ad una carestia che aveva colpito quella Città. Si vuole che, un quadro di quella Madonna, alla fine del '500, fos­se stato portato a Napoli, prima in un vicolo sudicio, dove i ragazzi raccoglievano oboli per farle la Festa; poi in una chiesetta sul por­to, frequentata da tutti i marinai, anche di Vico Equense, che ve ne facevano devozione. Accadde un giorno che una nave, al comando del cap. Gaetano Visco di Bonea, che trasportava il Re Ferdinando 1 ° delle Due Sici­lie, diretta a Palermo, incorse in una tempesta paurosa. Il Re fece voto che, se in salvo a Palermo, si sarebbe recato, a piedi scalzi con i marinai, a venerare la Madonna, nel primo tempio incontrato; e così, salvi, si imbatterono tutti nella Chiesa di "S. Maria Visita Po­veri"; dove sciolsero il voto. Al re, che fece richiesta al Cap. Visco del dono che volesse, per il comportamento mantenuto durante la tempesta, quel comandante rispose: "Sire, voglio la copia del quadro che abbiamo venerato". La ottenne; e la portò a Bonea, dove quella Madonna ebbe l'altare di cui ho detto......

Don Pinuzzo, che aveva iniziato l'asilo, e il refettorio per i piccoli del suo paese, creò un orfanotrofio ed una scuola, e denominò quella istituzione "Opera Madonnina dei Poveri", come dal quadro della Madonna sull'altare della sua Chiesa. I ragazzi poveri raccolti, crebbero di numero a dismisura; e per dar loro un lavoro, istituì per­sino un corso di specializzazione di tarsia su pietre a mosaico che conseguì successo. Il quadro di una Madonna così intarsiata, illumi­nato con luce celeste, brilla ogni sera all'esterno, sulla porta d'in­gresso, della mia casa a Sorrento, dono di "don Pinuzzo". Le iniziative di lui e quell'opera ebbero tanto successo che la stampa di tutt' Italia le propagandò con entusiasmo dovunque. Poi venne la Guerra d'Abissinia! Bella guerra - come si diceva ai miei tempi - o, brutta, - come ora ai più piace dire-, ma quella guer­ra, per bella o brutta che sia stata, era avvertita e seguita dalla maggior parte del popolo, allora: basterà rivedere le fotografie degli imbarchi trionfali dei nostri soldati, le "adunate" di quei giorni, ed il tripudio della gente ogni sera, anche nelle "bettole", a guarda­re le carte geografiche con le bandierine infisse nei luoghi disegna­ti, spostate avanti sulla carta, di volta in volta, ad ogni nostra ricor­rente avanzata ... "Don Pinuzzo" era uomo di popolo, alla guida spirituale di pove­ra gente che aveva familiari in quella guerra e con suo fratello, Adolfo, Ufficiale medico con quelle truppe, subito, con il suo entu­siasmo di sempre, pensò esser cosa buona portare il quadro della sua "Madonnina", sul Monte Tembien, che era stato luogo di una fulgida battaglia per la conquista di quel monte. L'episodio ebbe risonanza dovunque: tra i ritagli dei giornali mes­si qua in mostra per la celebrazione del decennale della morte di "don Pinuzzo" voi avrete notato gli articoli: de "Il Mattino" del 14/5/1926, di "Italia e Fede", del successivo 17 maggio, de "L'eco di Bergamo" del giorno 15, de "L'avvenire d'Italia" del 12, de "La Tribuna" del 21, de "La voce delle Maestre d'Asilo" di quei giorni, de "Il Gazzettino Illustrato" del 28 giugno, che non si può dire esprimessero la voce comandata del Regime di quel tempo. "L'opera Madonnina dei Poveri" realizzata da "don Pinuzzo", sorse sotto l'Alto Patronato dell'Arcivescovo di Sorrento, conte Paolo lacuzio, il cui ricordo non può cancellarsi nell'animo di chi lo conobbe e godè dell'onore della sua bontà e della sua guida. Del Comitato istituzionale fecero parte, tra gli altri, il sen. prof. Pietro Fedele, il poeta Auro D'Alba, generale nell'Africa Orientale Italiana, l'on. Andrea Cilento, che a Vico tutti ricordano; ed altri. .. L'Opera fu conosciuta, attraverso la stampa, in tutt'ltalia! Ne scrissero in tanti! L'articolo più esaltante, io credo sia stato quello pubblicato sul "Roma" del 26/3/1938, a firma dell'avv. Francesco De Gennaro, personaggio di fulgido esempio di uomo retto e dabbe­ne tra noi, avvocato di uno stile e di una correttezza senza eguali. Quell'articolo mi piace segnalare all'attenzione di tutti in riguardo alla considerazione che egli aveva per don Pinuzzo e della "Opera" da questi realizzata. 

Poi venne la seconda guerra mondiale: col razionamento dei viveri e, per molti, la fame. Per don Pinuzzo sfamare i suoi orfanelli, tanti, raccolti nell' "Opera" - nell'asilo e nella scuola - fu una trage­dia; ma ottenne l'appoggio di molti ... Chi vi parla, bersagliere, reduce da quella guerra ed invalido, fu chiamato a svolgere attività politica nella zona sorrentina ed anche in Vico Equense. Attività politica, si fa per dire: quando ormai l'inte­ro territorio nazionale era dilaniato dalle bombe; quando quelli la­sciati al fronte non avevano a pensiero che le loro famiglie in Patria; quando i viveri delle  tessere non bastavano. E così il Partito di allora, in quel periodo, faceva più che altro assistenza .. : Su chi a Vi­co Equense poteva contare chi svolgeva questa attività politica, cui era stato' designato, se non sui giovani e su coloro - parroci - che gli erano stati vecchi insegnanti al ginnasio? Don Francesco Cannava­le e don Pinuzzo, principalmente! Compimmo cosi tutti il nostro dovere, nella coscienza di aver fat­to il possibile per la gente, anche nel rispetto delle idee diverse de­gli altri - pochissimi! da contarsi sulle dita di una mano - in Vico Equense e nella Penisola Sorrentina.

Mons. lacuzio, l'Arcivescovo, che aveva tanta stima di questo ancor giovane prete, e che rappresentava l'"Ente Confidenza Ar­dia", - costituito da mons. Francesco Saverio De Maio, per la fon­dazione di un orfanotrofio maschile in Sorrento - con proprio editto del 16/7/1942, affidò a don Pinuzzo la gestione dell'Ente, per la co­stituzione dell' "Istituto Orfanotrofio De Maio"; ed il "nostro" l'ac­cettò e vi raccolse fanciulli, vi fece una scuola e, naturalmente, no­nostante le difficoltà di quei tempi, ottenne un risultato brillante, su­bito. Quei ragazzi facevano bella mostra, in fila, in divisa e con belle scarpe del tempo, lungo le strade di Sorrento.

Venne, poi, il dopoguerra; altre miserie, altra fame; i ragazzi assistiti a Bonea mancavano di tutto. Don Pinuzzo non potè non rivol­gersi agli occupanti, dopo tutte le sue peripezie inizialmente vissute di cui è traccia nell'articolo di Vittorio Paliotti su "Gente" del 23/1/1964, che merita per davvero lettura, dal titolo: "Per sfamare gli orfani fece il cicerone e il borsaro nero" ... con una grossa imma­gine di don Pinuzzo nel contesto dell'articolo su quel giornale. Inglesi ed americani avevano nominato per la Penisola Sorrenti­na, come d'uso per i territori occupati, un "governatore" che si chiamava Michael Musmanno, che assentì agli aiuti all"'Opera Ma­donnina dei Poveri"; anche se costui era criticato da molti per cer­te tendenze sue, allora non comuni ai maschi. Poi questo "governa­tore" fu chiamato a giudice nel famigerato processo di Norimberga. Musmanno, se ne andò e con lui gli "alleati", come li usavano chiamare. E se ne andò da Sorrento Peter Trent, "lo sceriffo" della Polizia inglese che aveva rubato persino oro nelle case dei suoi in­quisiti (Mariano Pane, mai fascista ed altri), anche se restò in Italia per tanti anni ancora, attore cinematografico sempre alle dipen­denze dell' "lntelligence Service", e che, per vero, non volle arre­stare me come fece con gli altri "gerarchi", pur essendo io il più in vista, assumendo che il "Comitato di liberazione" aveva detto che agli antifascisti avevo fatto solo del bene. "Don Pinuzzo" allora, tornò nei guai per la sua "Opera"!
Poi occorse che le gerarchie ecclesiastiche, succedutesi a Mons. lacuzio, non vedessero più di buon occhio lo strapotere di don Pinuzzo sui beni della "Confidenza Ardia" e cercarono di esau­torarlo. All'epoca il più attivo dei preti che io abbia conosciuto era don Antonino Maresca, segretario del vescovo e mio personale amico -purtroppo morto, poi, tragicamente, io credo per il bene che voleva continuare a fare! -. Don Antonino Maresca che, da sè, aveva rea­lizzato l"'Opera Mons. Serena" accanto all'Arcivescovado, volle affrontare anche il problema della Chiesa di S. Onofrio alla località Marano di Sorrento, per costruire una nuova Chiesa nel fondo della "Confidenza Ardia", in uso a don Pinuzzo. Questi resisteva, temen­do la sua definitiva estromissione dall'Ente che gli consentiva la so­pravvivenza dei suoi orfanelli. Ce ne volle e che ce ne volle per ca­pacitarli entrambi! Ma finì che, in un'agape francescana a tre, a S. Maria del Castello, nel ristorante di "Zi Peppe", l'accordo fu rag­giunto; e don Luigi Verde - altro alunno di don Pinuzzo - potè iniziare una serie di lunghi e gravosi sacrifici che, con l'ausilio dei suoi par­rocchiani del posto, portarono alla realizzazione della Chiesa di S. Maria di Lourdes, che brilla là, la più moderna a Sorrento, poi dive­nuta Parrocchia. E la ''Confidenza Àrdia'' restò, per il resto, a don Pinuzzo. Che non fece! Fece, persino, di casa sua la "Casa dell'Anima, Serena oasi per gli uomini inquieti" e vi accolse tutto il mondo della cultura e dell'arte, ricevendone oboli ed aiuti per i suoi orfanelli: da Ada Negri a Isa Miranda a Silvana lachino, da Maria Denis a Adria­na Benetti a Carla del Poggio, a Beniamino Gigli, a Gino Cervi, a De Sica, ad Armando Falconi, alla Magnani, a La Pira, a Claudia Cardi­nale, a Walter Chiari, le cui immagini fotografiche, con dediche, pendono ancora alle pareti della biblioteca-studio-salotto di "don Pinuzzo". Egli aveva avuto modo di conoscerli, anche dopo la sua permanenza a Roma presso l'Angelicum ed a Cinecittà, nella famo­sa Cappella del Divino Amore, dove si recava periodicamente a dir messa per quegli artisti, tanto da dedicare a quella Chiesetta la rac­colta di prose e versi "Ritorno al Divino Amore", nel 1974. 

E continuò a scrivere; quanto scrisse! Articoli per le stampe, per far soldi, ottenendo compensi anche modesti e talvolta neanche questi! Ricordo che una volta mi fece, invitare e diffidare, da avvo­cato, il direttore di un giornale di Genova a pagargli ventimila lire per diversi suoi scritti non compensati. E libri: "Margherita" (1946), "Presagi", (1948), "Padre Ottavio", "Cavalcata dei Santi", e "Un prete tra i rossi'' (1949). Per questo libro suo, che vidi in bozza, quante polemiche tra noi! Scriveva di un parroco di Cerignola, Mons. Antonio Palladino, che si era battuto intorno agli anni venti in opere improntate alla sociologia cristiana che propagandava nella sua parrocchia, tra i braccian­ti e gli operai più umili, tutti presi allora dai discorsi rivoluzionari di Salvemini e del sindacalista Di Vittorio, entrambi antagonisti tra Ce­rignola e Molfetta, i rispettivi paesi. Avrei voluto che "don Pinuzzo" entrasse in polemica con quei due e non si limitasse soltanto a mettere in rilievo la bontà delle idee di quel parroco che si rifaceva al Toniolo ed alla "Rerum Nova­rum", come le avevamo noi approfondite proprio a Vico Equense, nel Convento dei Carmelitani a S. Maria del Toro, nel 1937, in un convegno dell' "Azione Cattolica", qual'era a quei tempi: la colla­borazione di classe, il sindacato, l'interesse eguale di tutte le cate­gorie della produzione. Mi sarebbe piacuto anche che mettesse in evidenza pure una cir­costanza importante e cioè che quei due - avversari irriducibili - si riavvicinarono nell'immediato dopoguerra, quando il prof. Salvemi­ni era al Capo di Sorrento a" La Rufola" - Togliatti era a "Villa lgea" -e l'on. Di Vittorio alla "Pensione Dania", quotidianamente a Marina di Puolo, per i bagni (Il "Capo di Sorrento" era la meta degli antifa­scisti che fecero la storia dell'immediato dopoguerra: l'ing. Romita, poi ministro dell'Interno all'epoca del "referendum", l'on. Lizzadri, componente il triumvirato della C.G.I.L. che lasciò fiduciosamente in deposito a me il suo testamento per tanti beni immobili al suo no­me, ma che costituivano patrimonio del P.S.I. e di che io consigliai di regolarizzare il trasferimento, nel 1972, al sopravvenire della ·' ri­forma tributaria''). 

A riavvicinarli quei due - Salvemini e Di Vittorio - fu proprio colui che, invitato dal prof. Salvemini a "La Rufola" si senti dire: "Voglio conoscere il figlio degenere del mio compagno di cella" - Salvemini ed il padre di quel figlio degenere erano stati carcerati alle "Mura­te" di Firenze, agli inizi del Fascismo, naturalmente per fatti politici. Il prof. Salvemini non era riuscito a far cambiare idea al "figlio del suo compagno di cella", neanche dopo tutti gli incontri a "La Rufo­la", come, invece, gli era capitato con un sacerdote, altro suo fre­quentatore, che si spretò ed è ora un "pezzo grosso" in uno dei maggiori Enti di Stato; e gli concedeva considerazione, persino giustificandosi che, dopo l'invasione della Sicilia, egli era tornato in America per dissuadere dal distruggere tutta l'impalcatura sociale del Fascismo. Di Vittorio era un uomo profondamente buono, ac­cettò l'invito ed a "La Rufola", ci venne per l'incontro della riappa­cificazione. Ma "don Pinuzzo" non volle riportare nel suo "Prete tra i rossi" nè il dibattito dei giovani dell' "altra" Azione Cattolica del '37 a S. Maria del Toro, nè l'incontro tra quei due personaggi di Cerignola e Molfetta, avversari spietati di quel parroco di cui egli decantava l'azione sociale cristiana.

Era "don Pinuzzo" il sacerdote che voleva evitare polemiche e diatribe; era ormai il suo stile; anche se egli ci aveva inculcato, da giovane insegnante di ginnasio, tutta l'enfasi, il carattere scontroso e ribelle del Carducci, egli rimase sempre lo scrittore tranquillo, il poeta dolce, con la sua umiltà francescana, con la sua fede incrol­labile come gliel'aveva insegnata sua mamma; e pubblicò libri che più si addicevano al prete: "S. Giuseppe e noi", "li libro dei Santi", "S. Maria e noi", "Passa la Madonna" (1950), col resto ... senza dir male di nessuno e senza polemiche ... Solo nel 1960, in "Secoli e Voci", trattando di "d'Annunzio e il Superuomo", fu spietato, senza remore, per la critica agli scritti del "Vate" che gli aveva oltraggiato la sua Madonna, e la sua religione, nè accettò il dialogo quand'io gli chiedevo attenuanti per il "Poeta" almeno per avermi dato il nome nel primo rigo de "Il Fuoco" quan­do fece dire a Foscarina; "Stelio, non vi trema il cuore per la prima volta?" Ma fu, credo, l'unico spunto acrimonioso della sua vita, per­chè anche quando, sempre su "Secoli e Voci", dovette far la critica al Croce nello scritto "Papini e Croce", per farla, si avvalse solo delle parole del suo fraterno amico, Asturi, che conosceva bene il filosofo e lo aveva frequentato a "Villa Tritone" in Sorrento. Scrisse, però, delle inesattezze quando in quel testo affermò che quella "Villa" sontuosa, dove il Croce era sfollato da Napoli, fosse sorvegliata dalla polizia, raccogliendo le dicerie in proposito messe in giro da ciarlatani di quel tempo. Ne può dire l'allora universitario, Antonio Villani, di Vico, ora Rettore del "Suor Orsola Benincasa", che volle frequentare a quel tempo Croce, perchè portato, sin da al­lora, più che agli studi della giurisprudenza a quelli filosofici. Mi ac­cennò a quella sorveglianza ed io lo esclusi categoricamente, invi­tandolo a recarsi liberamente dal filosofo, anche se si sapeva da tutti dei conciaboli e delle riunioni in quella villa; ed Antonio Villani lo constatò. Croce a Sorrento era stato ospite rispettato perchè Senatore del Regno e dal fascismo percepiva regolarmente gli emolumenti del suo laticlavio - anche se poi sputava sul piatto dove mangiava - ed era stato persino invitato a manifestazioni patriottiche che con la politica non avevano nulla a che fare, e le sue figlie erano state per­sino esonerate dal partecipare alle attività del "sabato fascista". Croce avrebbe fatto bene invece a farsi sorvegliare durante l'oc­cupazione, quando, a seguito di certe sue elucubrazioni antinazio­nali, rimaste attive alcune ''teste calde'' in Massalubrense - a Sor­rento no! - si erano riproposte di portarlo ai microfoni dell'E.I.A.R. a fargli commemorare il suo amico-nemico, prof. Giovanni Gentile, vi­gliaccamente trucidato a Firenze. "Don Pinuzzo" non ne sapeva bene, nel '60, quando scrisse "Secoli e Voci", della sorveglianza a Croce; ne conobbe nel dettaglio solo nel '69, quando accompagnò a casa mia la moglie di Giu­seppe Greco, suo compaesano, che scriveva articoli frivoli su "Gente": la signora doveva far la tesi su Isacco Babel, grande scrittore russo-ebreo, puntualmente, poi, assassinato, nell'U.R.S.S., e ospite nel 1933 a casa di mio padre a "La Solitaria" al Capo di Sorrento, dove, vi scrisse "L' Armata a Cavallo". Quel Greco, dai nostri colloqui, ne tirò fuori su "Gente" n 44 del 29\10\1969  soltanto un articolo di cronaca nera, con dispiacere an­che di " Don Pinuzzo" per la scorrettezza di quel pennivendolo. Papini era ben diverso da Croce, anche ad impressione e cono­scenza di Asturi, in quelle pagine di Don Pinuzzo: Papini splendeva di quella luce interiore che è degli uomini che hanno un'anima; Pa­pini era l'autore de "La storia di Cristo"; Papini rappresentava la poesia della Patria, come lo aveva conosciuto anche Asturi; e "don Pinuzzo" lo scrisse.  Asturi, un altro personaggio che ha onorato Vico Equense e l'ha propagandata nel mondo, come il suo fraterno amico, sacerdote-­poeta. I due avevano vissuto sempre una vita comune: a Pietrapiana, ed a Bonea: l'artista del colore e lo scrittore eletto; le loro strade sono state parallele, nella casa dell'uno od in quella dell'altro: una vita. Languiva la mamma di "don Pinuzzo" sul letto di morte, con il fi­glio che le era vicino; Asturi, accanto, triste e commosso, non sep­pe dare sfogo al suo dolore se non brandendo una matita e ritraen­do la scena: uno di quei disegni è a casa ancora di "don Pinuzzo"; l'altro è bell'in mostra dietro la scrivania del mio studio tra i ricordi dell'amico. Conservo religiosamente anche due libri di don Pinuzzo: "Anto­nio Asturi" del 1956 e "Asturi, mezzo secolo di pittura" del 1975; sono le esplosioni dell'affetto fraterno del poeta al pittore, sono le manifestazioni del sodalizio tra pittura e poesia, da sempre. Anche questi libri li ebbi in regalo da don Pinuzzo col quale mi in­contravo sempre, anche per nulla, a casa mia, dov'egli volle che su una colonna del mio cancello su Via degli Aranci fosse affisso "Il Cantico delle Creature" di S. Francesco, su una artistica mattonel­la che mi portò. I viandanti, i turisti ed i forestieri, si fermano e leg­gono quel "Cantico" sullo sfondo dei fiori. Fu in una delle frequenti visite di "don Pinuzzo", in un mattino freddo d'inverno che egli, salendo le scale del mio giardino vide - cosa assolutamente non ricorrente da noi - il prato verde cosparso di neve, i fiori appassiti e gli uccelli nella grande voliera intirizziti e silenti; soltanto le tortore tubavano su di un tronco di arancio nella voliera ... ; gli andò incontro Sonia, mia figlia, allora piccolina. Don Pinuzzo raggiunse la porta di casa e chiese, trafelato, una penna: gli venne giù una poesia che è un incanto: "Sonia"; Ne scrisse, in seguito, un'altra e altre ancora, tutte sprizzanti la sua bontà ed il suo affetto per quella bambinetta; e venne così il li­bro di poesie "Il dono di Sonia" (1967) e poi "Dopo il dono" (1969) con altrettante poesie diverse. 

Sonja,
ho udito il pianto delle rose
per le scale della villa,
ho udito il singhiozzo delle tortore per l'aranceto addormentato
sotto la neve:
il cupo grido d'una voce
che saliva dal mare
mi ha schiantato il cuore.
Dalla porta di casa
mi veniva in faccia
il profumo d'un tempo perduto,
mi rideva l'immagine
d'una realtà sospirata.
Quando mia madre eletta,
come mia sorella pia,
tu da/l'angelo crismata
eri la stella del cammino antico
per le nuove strade
che la neve prepara per la primavera.

Di soddisfazioni e riconoscimenti "don Pinuzzo" ne ebbe tanti: basta sfogliare i libri delle visite a lui: mi piace ricordare, del 1934, quella dei suoi discepoli: Carlo Di Leva, Sposito Luigi, Cadolini Al­berto, Mario Fois - ora personaggi in vista - e tanti altri, che vi appo­sero le firme; Mario Capezzi nel 1941 vi lasciò scritto di lui "uomo di elevato sentire, apostolo di ferma fede, l'ammirato omaggio di uno che non resta insensibile al buono, al bello, al santo" ... , con quel che scrissero nel tempo, in rime e in versi, su quei libri, artisti, pro­fessionisti d'alta fama, prelati e poeti ... Nel 1968, lo avevano nominato "Prelato d'Onore" ed al Congres­so Nazionale della Stampa Cattolica in quell'anno gli conferirono la "Stella d'Oro". Nel suo carteggio quanti plausi da tutti! Anch'io, pur se con un tratto di tristezza per il tardivo riconoscimento, gli scrissi: "Finalmente! .... con l'attestazione del mio affetto e la fierezza della sua amicizia". "Don Pinuzzo", pubblicò ancora libri, anche se non con l'intensi­tà di prima; sottoposto a diverse, amare prove cui non era prepara­to, vennero anche i giorni buii e tristi del suo tramonto. Alcune suore che, in nome dell'apostolato abbracciato, avevano affiancato don Pinuzzo nell"'Opera Madonnina dei Poveri", trascu­rarono i voti, lo abbandonarono, gli si misero contro ed addirittura pretesero giudizialmente il salario da cameriere per il servizio domestico reso ... Vergognoso e assurdo! 

Dopo questo episodio tri­ste, ricordo don Pinuzzo, affranto, piangente, da sentirsi mancare. Feci l'impossibile per capacitarlo ad affrontare la lite, valida per lui, in mancanza della subordinazione di costoro e per l'autonomia del loro rapporto prestato. Non volle seguirmi: anche in questo fu uomo sopraffatto dalla sua indole di bontà e di pace e ligio alla volontà dei superiori che quell'accordo gli imposero perchè lo scandalo delle monache smonacate non dilagasse ... Dovette soccombere, pur non avendo una lira ... e quei sei milioni che occorsero per la transazione, li ricevè dalla sorella Immacola­ta, economia di una vita, come in tutta la vita vicina a lui, rimasta in povertà alla di lui morte. I suoi acciacchi si aggravarono a seguito di questo dolore che per lui fu immeso, ed in poco ne morì ....

Bibliografia